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Ucraina, con la guerra avanza l’agenda Lgbt e anticristiana

la nuova bussola quotidiana luca volontè Apr 06, 2023

La guerra ha solo accelerato i diktat occidentali e i ricatti a cui l’Ucraina si sta piegando, pur di ricevere armamenti e ottenere la “patente europea”. I due fronti di questa azione di sradicamento dell’identità del Paese sono: da un lato, i maggiori limiti alla libertà religiosa e una chiesa sottomessa allo Stato; dall’altro la progressiva legalizzazione della teoria del gender e delle relazioni omosessuali.

Fin dal gennaio scorso il Consiglio di Sicurezza dell'Onu e, più recentemente, l’Alto commissario per i diritti umani Volker Türk hanno messo in guardia sulle restrizioni alla libertà di religione in tutta l’Ucraina, sottolineando il pericolo delle frequenti perquisizioni nei monasteri e nelle chiese, nonché dei progetti di legge che potrebbero minare il diritto alla libertà di religione. Anche nei giorni scorsi, 29 e 30 marzo, sono scoppiati tafferugli all’esterno di un monastero di Kiev dopo che un ramo ucraino della Chiesa ortodossa, che secondo il governo ha legami con la Russia, ha sfidato un ordine di sgombero. Le tensioni sulla presenza della Chiesa ortodossa ucraina (UOC) nel Monastero delle Grotte di Kiev, che ha 972 anni di storia, sono aumentate dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel febbraio 2022.

Kiev accusa la Chiesa ortodossa ucraina di mantenere legami con il Patriarcato di Mosca, che ha sostenuto l’invasione dell’Ucraina, a sua volta invece l’UOC afferma di aver interrotto tutti i legami con la Chiesa russa da maggio 2022. La disputa sul Monastero delle Grotte, il sito ortodosso più venerato dell’Ucraina, fa parte di un più ampio conflitto religioso che si svolge parallelamente alla guerra; il complesso monastico è di proprietà del governo ucraino che aveva notificato all’UOC lo sfratto a partire dal 29 marzo. Il tentativo di statalizzazione dell’ortodossia ucraina era iniziato già sotto il governo del precedente presidente ucraino, Petro Poroshenko, salito al potere dopo il “colpo di Stato” di Maidan, e sancito definitivamente il 5 gennaio 2019, quando la Chiesa ortodossa dell’Ucraina (OCU) aveva ottenuto formalmente l’indipendenza e la dichiarazione di autocefalia, celebrata dal Patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo. Da quel momento l’ortodossia del Paese si divideva in due chiese: la Chiesa ortodossa ucraina (l’UOC) legata al Patriarcato di Mosca, e la quasi omonima OCU, chiesa autocefala legata a Costantinopoli.

In questi giorni, con l’assedio ai monaci del Monastero delle Grotte, ovvero con il proposito esplicitato da Zelensky di arrivare alla piena “indipendenza spirituale” da Mosca, stiamo dunque assistendo all’ultimo passo per indebolire l’ortodossia e distruggere tutto ciò che può ricordare i profondi legami storici tra l’Ucraina e la Russia. La guerra e la rottura dei legami identitari tra i due Paesi è un servizio indispensabile affinché nuovi costumi e culture anticristiane, volute e imposte da Europa e Stati Uniti, possano attecchire in Ucraina. Non a caso, già lo scorso luglio, cinque mesi dopo l’inizio della guerra e dopo anni di rifiuto, l’Ucraina ha ratificato la Convenzione di Istanbul, come chiesto da Bruxelles e previsto dalla Open Society di Soros. A fermare Zelensky che, nei primi giorni di agosto 2022, dichiarava al mondo il proprio sostegno totale all’approvazione del cosiddetto “matrimonio gay” ci avevano pensato movimenti come Cristiani per l’Ucraina, promettendo proteste e manifestazioni senza precedenti in tutto il Paese a difesa del disegno divino, dei diritti dei bambini e della Costituzione ucraina (art. 51: “Il matrimonio si basa sul libero consenso di una donna e di un uomo. Ciascuno dei coniugi ha uguali diritti e doveri nel matrimonio e nella famiglia… La famiglia, l’infanzia, la maternità e la paternità sono sotto la protezione dello Stato”).

La furia arcobaleno sembrava essersi placata; invece, nei giorni scorsi, in vista dei nuovi aiuti militari ed economici in arrivo, ancora una volta Zelensky e i suoi sodali della maggioranza parlamentare sono tornati alla carica per la legalizzazione di matrimoni e adozioni gay. Lo hanno fatto dapprima con prezzolati gruppuscoli pro Lgbt che, con l’appoggio dei mass media europei, hanno scandito slogan sull’omofobia russa e la necessaria differenza ucraina sui diritti civili; poi attraverso legislatori che hanno presentato progetti di legge sulla registrazione delle coppie dello stesso sesso e i diritti connessi; infine attraverso coppie gay di militari strappalacrime che, dal fronte, chiedono diritti uguali a quelli dei commilitoni eterosessuali. Politico scrive che la guerra fa avanzare i diritti Lgbt in Ucraina, ma sarebbe meglio dire la verità sino in fondo e cioè: procede il tentativo di strumentalizzare la tragedia della guerra per soddisfare le pretese arcobaleno e accrescere la scristianizzazione del Paese.

Ora però Zelensky e i suoi mandanti occidentali si trovano di fronte l’intero Consiglio delle Chiese e delle Organizzazioni religiose dell'Ucraina, schierato contro le proposte di introduzione del “matrimonio gay”. Tutti gli ortodossi, i cattolici, i protestanti, gli ebrei e i musulmani si oppongono a qualunque proposta al riguardo, che sarebbe “solo il primo passo, perché il prossimo passo sarà quello di avviare la possibilità di adottare bambini da parte di coppie dello stesso sesso, con tutte le conseguenze estremamente negative per la formazione della personalità di questi bambini e con la privazione del loro diritto naturale di crescere in una famiglia e avere un padre e una madre”, si legge nella dichiarazione congiunta.

Manco a dirlo, l’industria della maternità surrogata per coppie eterosessuali in Ucraina prosegue a gonfie vele e già si attende la legalizzazione anche per le coppie Lgbt entro la fine del 2023. Limitare la libertà religiosa, frantumare la chiesa ortodossa, impiantare nuove dottrine Lgbt attraverso il neolaicismo di Stato: è per questo che vogliamo aiutare il popolo ucraino?